Gabriele D’Annunzio, il primo Dandy italiano

Esteta raffinato e di animo nobile, Gabriele D’Annunzio fu grande amatore, poeta incorruttibile e dandy di un bello a lui indispensabile nella creazione della sua più grande opera d’arte: la sua vita. Nato nel 1863 a Pescara da un’agiata famiglia borghese, studiò in una delle scuole più aristocratiche del tempo, il collegio Cicognini di Prato. Precocissimo, esordì nel 1879, sedicenne, con un libretto in versi, Primo vere, che suscitò clamore ed ottenne l’attenzione anche da parte dei letterati di fama. Raggiunta la licenza liceale, a diciotto anni, si trasferì a Roma per frequentare l’università. In realtà abbandonò presto gli studi, preferendo vivere tra salotti mondani e redazioni dei giornali.

Suscitò scalpore e ammirazione tra il popolo romano attraverso la sua attività di reporter di costume, estremamente evocativa e di grande genio stilistico. Scrisse per i quotidiani più in voga tra l’alta società, tra cui La Tribuna, la Fanfulla della Domenica e La Cronaca Bizantina. L’arte della parola e le sue minuziose attenzioni nel descrivere la mondanità romana e le mode culminarono nell’opera Il Piacere, che esaltò a pieno il suo senso estetico e il suo vivere inimitabile alla costante ricerca del piacere. Nasceva così lo straordinario stile di D’Annunzio, che si affermò come Arbiter Elegantiae. Divenne modello e ispirazione dei salotti mondani della capitale e della moda dell’epoca.

Il guardaroba del poeta era degno del suo appellativo “animale di lusso”, dotato d’impeccabile eleganza e ricercatezza. Creò uno stile nuovo, di pregiata sartoria italiana, che pose le basi del futuro Made in Italy. Le più importanti maison dell’epoca si accingevano a commissionare scarpe e abiti ordinati da D’Annunzio, Sutor Mantellassi, i Belloni di Milano, i De Nicola di Napoli, i Lanutti di Roma fino alla prestigiosa casa parigina Hermès. Centinaia di camicie e pigiami di seta, cravatte, cappelli, vestaglie a saio in stile Balzac, smoking, divise militari, paletot a tre bottoni e scarpe i cui pellami pregiati erano scelti direttamente da D’Annunzio.

Instancabile ricercatore di tessuti e fogge, si adornava di velluti e sete lussuose, come i meravigliosi broccati di Giuseppe Lisio e i tessuti sognanti di Mariano Fortuny. Orgoglioso delle sue creazioni stilistiche, vi fece apporre su di esse l’etichetta: “Gabriel Nuntius Vestiarius fecit”. La seta fu particolarmente amata dal Vate, un tessuto etereo che per lui richiamava la voluttà, il sogno, la sensualità. Disegnava lui stesso i motivi e i disegni da apporvi nei colori “eroici fiumani”, rosso e azzurro. Le sue istruzioni minuziose erano poi inviate alle prestigiose case di moda di Milano e Parigi.

Fastosi foulard e “vesti magiche” furono realizzati per le sue numerose amanti. Donne mondane, disinibite, raffinate e di sensualità estrema suscitavano l’interesse del poeta, tra cui la celebre Marchesa Casati, la pittrice polacca Tamara de Lempicka, la danzatrice Isadora Duncan e la pianista veneziana Luisa Baccara. Vestire le sue femmes fatales era, per D’Annunzio, un vero e proprio rituale di piacere; curava con attenzione maniacale i dettagli, gli accessori e gli abiti con i quali dovevano mostrarsi al suo cospetto. Era in grado di trasformare donne ordinarie in donne fatate con queste vesti preziose in seta dai colori tenui, vestaglie in velluto e broccato, sotto abiti in organza con pizzi e crespi di seta rosa, chiffon e taffettà di seta azzurra dalle delicate trasparenze.

Gabriele D’Annunzio esigeva che i corpi fossero avvolti da profumi; le sue amanti indossavano Chanel n.5 e calze di seta purissima che per lui erano uno strumento di acuta seduzione. Solo una donna non si sottomise mai a questa dittatura di piacere, l’attrice Eleonora Duse, la donna più importante nella vita del poeta che incarnava perfettamente il suo ideale di donna.

Uno scenario sfarzoso in cui il Vate ricopriva il ruolo di un principe del Rinascimento, esemplare supremo e artefice instancabile della propria leggenda. Rappresentò la sua vastità e suprema eleganza nel vivere e nel dire: Nativa, severa, compita, vereconda”. 

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