Dolce & Gabbana Alta Sartoria Palazzo dei Gesuiti – Sciacca

C’era una volta il Mediterraneo. Culla della civiltà, delle arti e del pensiero, animata sì da violenze e guerre, ma anche dal pensiero e della cultura che poneva al centro l’uomo, la sua identità, le sue paure e il suo bisogno di evoluzione. E c’era il valore della pietas umana: la compassione e il rispetto dell’altro. Ma anche il timore degli dei, che imperversavano nella vita degli eroi e dei più terreni.

Un grande show quello di Dolce & Gabbana Alta Sartoria che ha pervaso a tappe l’anfiteatro naturale di Sciacca che rivolge lo sguardo al canale di Sicilia. Terra sulfurea di terme e di bollori, popolata di sicani, fenici, greci e cartaginesi, valle della Magna Grecia tempestata di ulivi e vigneti. La città al balcone, in un silenzio surreale, quasi da prima della Scala, con gli affacci dei palazzi resi loggioni per osservare coi binocoli i 400 ospiti dell’opera messa in scena da Domenico Dolce e Stefano Gabbana, come ennesimo omaggio alla sicilianità, che come è ben noto pervade la loro idea di moda.

Un lungo tappeto da processione dipanato lungo le vie a lambire chiese e cattedrali che a partire dal XII secolo si ergono potenti in città. Fino all’ingresso del Collegio dei Gesuiti, sede del Comune. Il cortile del primo chiostro è tappezzato di tappeti moreschi sui quali danzatrici elleniche si esibiscono come fosse il preludio dei giochi olimpici. Mentre gli occhi degli ospiti che formano la facoltosa tribù che segue le esibizioni della maison si riempiono di meraviglia davanti alle statue di Eracle, Zeus, Diomede e Dioniso che interrompono il colonnato seicentesco.

Poi la vera sfilata. Nel secondo cortile dove è allestito un teatro greco, come nell’Atene classica in onore di Dioniso, con quinte che celano l’uscita dei modelli e nuovi ancor più nerborute e gigantesche statue che inneggiano alla fisicità del bello maschile. Centoquaranta uscite nel segno della mitologia.

Il pantheon di eroi, di divinità, sono i soggetti dei ricami preziosissimi e incredibilmente elaborati su ogni genere di capo: pantaloni, camicie, giacche, vestaglie. Ci sono le classiche greche dipinte, le maschere dei culti ancestrali e dionisiaci disegnate da paillette, anfore e cetre, il profilo dei templi e dei fregi a bassorilievo, come motivo di decoro delle stampe. Gli abiti sono opulenti, c’è l’oro, l’argento, ma anche le terre cotte, i contrasti cromatici con il bianco e il nero sono forti. Ma nulla pare caricaturale.

Dietro lo sfarzo c’è la sostanza di tante differenti silhouette di pantaloni: fascianti, skinny, più corti, più lunghi, a palazzo. Mentre è sulla camicia, che diventa quasi un mezzo peplo quando non è costruita come un foulard, che c’è più netta concentrazione di stile. E poi le giacche insellate, con spalle voluminose come si addice a eroi del calibro di Paride e Agamennone. Non a caso l’occhio più arguto ha scrutato tra i caratteri greci stampati sui pantaloni e la vestaglia dell’ultima uscita la parola Diva, quella chiamata a cantare l’ira funesta del Pelide Achille nell’Iliade. Questo uomo capitello di una colonna culturale esce tra gli applausi del suoi fan, con alcuni clienti tra il pubblico che già nella successiva cena di gala indossano maglie e pantaloni che ondeggiavano nel defilé.

 

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