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Giovani e Ricchi

Giovani e ricchi, racconta quattro super-ricchi nostrani under 30: Alberto Franceschi, figlio di un imprenditore veneto e creatore del marchio di scarpe Hide & Jack; Camilla Lucchi, altra famiglia di imprenditori del nord-est settore marmi; Federico Bellezza, torinese, anche lui ricco per meriti paterni (ma pronto, dice, a rilevarne il ruolo); Giovanni Santoro, italiano con base a Londra, attivo nel ramo calciatori con fidanzata russa egualmente facoltosa.

Alberto D’Onofrio, già bravo nel fotografare movida e dj set in Party People Ibiza, supera se stesso radiografando alla perfezione in tv il mondo Instagram. Soprattutto quello della bella vita, dei ricconi che postano compulsivamente il loro lusso. E lo fa senza giudicarli né fare l’italiano medio che si scandalizza. Anzi, li ringrazia per aver avuto il coraggio di esporsi, a differenza di altri che hanno rinunciato ad andare in tv per paura delle critiche.

D’Onofrio parte da un’ottica molto interessante, l’impopolarità dell’agio in tempi di crisi, e la declina in quattro punti di vista differenti: l’ostentazione senza riserve di Giovanni e della sua benestante fidanzata russa, la saggezza e la selettività di Alberto, il fare impostato e decisamente mammone di Federico e il classico lifestyle da ragazza un po’ viziata di Camilla. I loro autoscatti si incrociano tra loro dando vita a un racconto fluido, coinvolgente e contemporaneo grazie a una fotografia altrettanto invidiabile. Ci sono Ibiza, Cannes, il Twiga e non manca nulla, anche il retrogusto malinconico di chi ha tutto eppure sembra infelice.

Insomma, Giovani e Ricchi non indigna né risulta prevedibile bensì racconta delle storie, pur sempre privilegiate ma reali. Rai2 ha avuto in mano un gioiellino degno della tv di pagamento e in grado di lanciare alla grande la nuova linea editoriale, mirante alla sintesi di forma e contenuto, di Ilaria Dallatana.

Ilaria Dallatana, la Direttrice della rete che lo trasmette, ha così risposto alle polemiche sulla sua messa in onda:

“Si tratta di un fenomeno sovranazionale che esiste (anche in Italia) e che noi abbiamo provato a fotografare in forma di documentario. E che si esaurisce in un’unica puntata. Ci sta nella visione di Rai 2 di raccontare la realtà in ogni sua sfaccettatura. Alcuni di questi giovani e ricchi hanno accettato di farsi intervistare e di mostrare il loro rapporto con l’ostentazione e con i soldi. La nostra è una produzione sobria per raccontare gente che sobria non è per niente. Non li esaltiamo e non li demonizziamo: l’approccio è quasi scientifico”.

LINK AL VIDEO: http://www.raiplay.it/video/2016/09/Giovani-e-Ricchi-628060d6-6764-485c-b108-adc1f2873559.html

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Massimo, un dandy venuto dal 1700

Può capitare anche qui di fare incontri inaspettati e insoliti. È successo un mercoledì mattina, di fronte alla Stazione di Fossano, ma lo si può incontrare anche in giro per Torino: un uomo, alto, magro e austero si guardava intorno e ammirava la città. Come tanti, certamente, si potrebbe dire. Peccato che fosse vestito in modo “antico”, o meglio, anacronistico. Incuriosito, mi sono avvicinato.

“Scusi, perdoni la domanda, ma perché è venuto qui vestito così, oggi? C’è forse una rievocazione storica?”. “No – ha risposto sorridendo -, per me è normale; vado sempre in giro vestito così”. “Piacere, mi chiamo Massimo… e vengo dal Settecento…”.

Beh, dopo un incipit così la curiosità era tanta, e ho continuato:

“Ma cosa vuol dire che ‘viene dal Settecento’, mi perdoni?”. E lui con aria divertita: “In realtà sono una guardia forestale in pensione che fin da bambino ha cullato la passione per il Secolo dei Lumi. Adesso che ho tempo, e me lo posso permettere, vivo come se fossi nel Settecento: mi vesto con abiti di allora, con gli accessori del tempo, con quei profumi, le essenze… Io ‘abito’ il Settecento, do al secolo una nuova casa e una nuova vita in me”.

E perché proprio a Fossano?

“Beh, anche se sono originario di Torino e vivo a Savigliano, è a Fossano e nel Fossanese che ho una parte delle mie radici. Avevo voglia di tornare oggi, per rispolverare un po’ i ricordi: la mia nonna materna era di Cervere. Capitava, la domenica quando si andava a farle visita, di fare un salto a Fossano per passare il pomeriggio; mi hanno fatto una foto sui cannoni del bastione quando avevo quattro anni che conservo ancora, gelosamente… 

Lui sembra un nobile uscito dalla corte parigina: bastone da passeggio in mano con una sorta di impugnatura-polena a forma di gallo, cappello tricorno, calze bianchissime fino alle ginocchia, scarpe col tacco, ricami, un orologio a chatelaine e quell’abito flamboyant… rosso, come i mattoni che contraddistinguono il Settecento fossanese: la chiesa di San Filippo, la Cattedrale, il monastero Ss. Annunziata, la facciata del Municipio e ovviamente il gioiello ‘rosso’ settecentesco per eccellenza. La chiesa della Ss. Trinità, eretta dalla Confraternita dei Battuti rossi, e il relativo ospedale. I monumenti fanno da cornice e il mercato in via Roma è tutto uno stupore per quello strano ‘personaggio’.

È un’antenna che cattura gli sguardi delle persone, dai più divertiti, ai più seri e diffidenti. È uno spettacolo nello spettacolo osservare i passanti intenti ad osservare. E fa riflettere, perché in fondo non è più stravagante di certi look alla moda di oggi, di certe mise: è una questione di stereotipi e punti di vista. I click dei telefonini non mancano, e le parole scorrono come in un dormiveglia. Perché Massimo non è un pazzo che vive di sogni e nostalgie, ma s’è fatto sogno egli stesso, il suo sogno di vivere il Settecento, oggi. Un uomo che esiste ogni giorno nel proprio desiderio.

Sartoria Caruso: The good italian episodio 3

Giancarlo Giannini nell’ormai consueto ruolo del Principe di Soragna, piccola cittadina della Bassa Padana, punto di partenza e arrivo di tutte le avventure della serie, è intento al rituale quotidiano della rasatura con il barbiere della casata, in questo caso interpretato dal vero Principe di Soragna, Diofebo Meli Lupi.

Un caro amico, il tenore italiano Vittorio Grigólo, arriva trafelato e chiede al Principe,  per metà napoletano, un consiglio sulla migliore interpretazione della famosa canzone “O Paese d’o Sole” in sottofondo nella versione di Roberto Murolo, voce inconfondibile e sofisticato interprete della tradizione.

La difficoltà non è ovviamente tecnica per il grande tenore, ma di ricerca di quell’espressività e passione interpretativa che ha reso questa forma musicale, derivante dal grande melodramma italiano, una delle più amate nel mondo.

Il Principe sa che il segreto risiede nell’autenticità dell’emozione espressa dal canto e soltanto facendo propria l’essenza di quel luogo al tempo stesso drammatico e incantevole che è Napoli, la voce del tenore potrà esprimere il suo potere seduttivo e inimitabile.

Accompagnato dal fido Fefé che in questo film è immerso in un incantamento amoroso e nella silenziosa ricerca dell’emozione estatica, il Principe accompagna Grigólo in un “bagno” di Napoletanitá estranea agli stereotipi della vulgata.

Il Golfo, le piazze antiche, i vicoli vocianti, la pizzella fritta all’angolo della strada, i limoni, i posteggiatori, la terrazza a Posillipo con il Vesuvio…tutto vero…e “tutto serve”!

Soltanto attraverso la percezione dell’essenza della città, culla della cultura europea dal Settecento ad oggi, il tenore potrà essere convincente e sedurre il suo pubblico.

Ecco dunque che alla fine di una giornata ideale in cui “quando si cerca la perfezione il tempo non esiste” il grande tenore è pronto per la rappresentazione nella fastosa Rocca di Soragna dove appaiono, in una scena finale ispirata al grande Federico Fellini, tutti gli attori del film. L’emozione è totale: il Principe annuisce soddisfatto, Fefé raggiunge il culmine dell’emozione e scopre il senso dell’amore nel suo animo sensibile, tutti applaudono.